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Yoga preclassico

Le Upanishad

Poco più di un nome e di una disciplina in erba nei Veda, lo yoga ha avuto un ruolo molto più importante nelle Upanishad, le sacre rivelazioni dell'induismo antico.

Il primo di questi insegnamenti risale ad un periodo compreso almeno fra l'800 e il 500 a.C. Il termine Upanishad combina il verbo "shad," che significa "sedere", con "upa", che significa "vicino", e "ni", il cui significato è "giù". L'unico modo quindi in cui un discepolo poteva scoprire le verità nascoste in queste rivelazioni era sedersi ai piedi del suo guru o del suo maestro.

Nelle Upanishad c'è ben poco di ciò che potrebbe essere definita la pratica delle asana; lo yoga si riferisce infatti in modo molto più generale a una disciplina seguita o a un cammino intrapreso per raggiungere la liberazione dalla sofferenza. Durante quest'epoca due discipline in particolare acquistarono importanza: il karma yoga, la via dell'azione o rituale, e il jnana yoga, la via della conoscenza o intenso studio delle scritture.

Le Upanishad, nel loro insieme, si fondavano sulle seguenti verità fondamentali:

  • La tua vera essenza (l'Io con la lettera maiuscola) è l'essenza dell'universo, o bramano. Tale essenza, che potrebbe essere pensata come l'anima, viene chiamata Atman.
  • Ogni individuo è soggetto alla nascita, alla morte ed alla rinascita. Le azioni che ogni individuo compie nel corso della sua vita, determineranno la natura della sua rinascita (dottrina del karma). Ciò significa che se un individuo compirà buone azioni nel corso della sua vita, rinascerà dal ventre di una donna di casta elevata, e che se al contrario, le azioni compiute nel corso della vita saranno state cattive, l'individuo rinascerà dal meschino ventre di una scrofa, di una cagna o forse, peggio ancora, sarà un reietto.
  • Gli effetti di un karma negativo possono essere contrastati per mezzo di particolari pratiche spirituali (per esempio i sacrifici interiori) come la meditazione e la rinuncia. Quest'ultima permette di offrire i frutti delle proprie azioni e di rinunciare a qualsiasi azione comandata dal desiderio o dalla passione. Nelle Upanishad successive, lo yoga divenne la via della rinuncia (samnyasa).

Una delle prime Upanishad ad insegnare specifiche pratiche di meditazione yoga fu la Maitrayaniya Upanishad, la cui origine rimonta al II o III secolo a.C., mentre il più famoso ed apprezzato di tutti i testi yoga, il Bhagavad Gita ("Il Canto del Signore") trae le sue origini dalla letteratura mistica e rivelatoria delle Upanishad. Nessuno sa per certo a quando risale precisamente quest'opera, ma è probabile che risalga al III secolo a.C. Ciò che è certo è che fornisce la descrizione dello yoga più completa dell'epoca.

La Samkhya

Verso la metà del periodo preclassico, vide la luce una scuola metafisica di orientamento piuttosto radicale, la Samkhya. Anche se non si trattava di fatto di una scuola di pensiero yoga, questa tradizione parallela, che fra il 400 e il 200 a.C. era presente ovunque e che traeva i suoi insegnamenti da un oscuro saggio chiamato Kapila, gettò le basi di una più moderna visione del mondo da parte dello yoga.

La Sāmkhya è uno dei sei sistemi filosofici cosiddetti ortodossi dell’India, cui si collega tradizionalmente il sistema Yoga. Deve essere annoverato fra i più antichi, sebbene la trattazione sistematica pervenuta, cioè la Sāmkhyakārikā («Succinta esposizione metrica del Sāmkhya»), legata al nome di Īśvarakrsia, risalga probabilmente non più in là del 4° sec. d.C. .

Il sistema è ateistico e ammette due principi increati ed eterni diversi fra loro: la materia (pakriti) e una infinita moltitudine di anime individuali (purusha).

Il Samkhya, secondo la tradizione, ha origine dalla risposta che Kapila diede alla domanda del discepolo Asuri su che cosa, nell'uomo, sopravviva alla morte. Il Maestro rispose che ci sono due principi fondamentali: lo spirito e la natura. Lo spirito, purusha, è non nato, non creato, non diveniente e non condizionato; mentre la natura, prakriti, pur essendo anch'essa non nata e non creata, è tuttavia diveniente e condizionata.

Secondo il Samkhya tutta la natura (prakriti) è intrisa di tre differenti qualità, o guna: 1) la purezza, l'equilibrio (sattva); 2) l'attività, la passione (rajas); 3) l'inerzia, l'oscurità (tamas).

Nell'immanifesto queste qualità coesistono in uno stato di equilibrio, ma passando dall'immanifesto al manifesto, quando l'energia prende forma, una delle qualità prevale.

I tre guna riguardano tutta l'esistenza e ogni azione. Per esempio, se un uomo commette un furto, l'azione sarà fondamentalmente rajasica, la decisione di rubare sarà tamasica, mentre il movente potrà essere tamasico, rajasico o sattvico a seconda della situazione. In ogni essere vivente prevale uno dei tre guna e ciò si riflette nel modo in cui pensa, parla e agisce.

Dice la prima strofa della Samkhyakarika di Ishwarakrishna: «A causa dell'oppressione dovuta al dolore, nasce il desiderio di conoscere i mezzi atti a estinguere tale oppressione».

I mezzi atti a estinguere l'oppressione del dolore si riassumono nella capacità di discriminare l'incondizionato dal condizionato. Con la comprensione della natura mutevole, insoddisfacente e insostanziale di tutti i fenomeni e la conseguente disidentificazione, si spezza il legame che vincola il purusha alla sofferenza.

 

Dato che il mondo, quindi il dolore, è generato da un movimento che va dall'immanifesto al manifesto, la cessazione del dolore si consegue procedendo «controcorrente», dal manifesto allimmanifesto: così la via della natura (prakriti) è la creazione, mentre la via dello spirito (purusha) è la dis-creazione.

Il principio in base al quale gli yogi dovevano rinunciare al mondo per poterlo trascendere ed essere affrancati dalle loro sofferenze, il concetto di samnyasa (rinuncia), era già presente nella prima Upanishad, ma quando la Samkhya esaltò questo noto concetto, la tradizionale filosofia yoga sentì che la rinuncia da sola non era abbastanza, i filosofi della Samkyha ritenevano che il solo modo in cui uno yogi avrebbe potuto liberarsi da questo erroneo attaccamento agli oggetti e ai desideri fosse quello di rinunciare completamente al mondo: attraverso la rinuncia, lo yogi avrebbe potuto raggiungere la consapevolezza universale (purusha).

Successive scuole yoga hanno rifiutato la visione dualista della sofferenza divulgata dalla Samkhya, ma ne hanno accolto la più ampia visione del mondo secondo cui esistono due forme ben distinte di realtà o esistenza:

  • purusha (lo spirito puro, trascendentale, che è maschio)
  • prakriti (sostanza o natura, che è femmina).

Purusha è onniscente, non ha inizio e non ha fine, non ha caratteristiche ed è perfettamente immobile, esiste semplicemente come pura consapevolezza: è il veggente.

Prakriti, invece, è in continuo movimento, è creativa, attiva, distinta, ma inconscia: è tutto il visibile. Ha creato tutto ciò che esiste nell'universo manifestandosi nelle tre guna: sattva, rajas, e tamas. Esistono simultaneamente in tutto il cosmo, ma hanno diversi gradi di importanza:

  • Sattva è il guna della mente e dei sensi della cognizione (occhi, orecchie, naso, lingua e pelle). La mente coordina tutte le attività biologiche e psichiche, mentre i sensi della cognizione ci mantengono in contatto con il mondo esterno.
  • Rajas è il guna delle reazioni motorie e dell'esperienza fisica. Quando questo guna prevale, si attivano i sensi del desiderio: voce, mani, piedi, ano e genitali. Rajas rende possibile l'esperienza fisica e controlla l'attività del corpo.
  • Tamas è il guna dell'oscurità e dell'inerzia. Quando tale guna predomina, si attivano i cinque elementi della vista, dell'udito, dell'olfatto, del gusto e del tatto, che danno origine alla struttura dell'esistenza.

All'inizio, nel sistema della Samkhya, i guna erano manifestazioni neutrali di Prakriti; solo in un secondo momento furono associati a determinate qualità.

Anche il Bhagavad Gita insegnava che i guna venivano dalla natura, ma riteneva che la loro esistenza legasse gli esseri umani ad un corpo particolare.

Il sattva, per esempio, indicava bontà e pura essenza. Il Bhagavad Gita prevedeva che una natura sattvica fosse illuminante ed "immacolata". Lo svantaggio di possedere tale natura era che lo yogi poteva affezionarsi molto facilmente alle piacevoli sensazioni che produceva.

Una natura rajasica invece, significava, per il Gita, essere legati all'azione. L'energia del rajas è dinamica, appassionata. Le ultime Upanishad associarono al rajas il significato di cupidigia, lussuria, desiderio, possessività, passione ed attaccamento ai beni materiali.

Il tamas venne identificato come un ostacolo che legava lo yogi ad una vita contrassegnata dall'ignavia, dalla noncuranza e dall'avvilimento. La sua energia è opprimente, pesante e densa.

Gli stessi guna compariranno in seguito nello Yoga Sutra di Patanjali.

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