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Periodo vedico: i Veda


Questo viaggio ha inizio sulle rive del fiume Indo, tra il terzo e il secondo millennio avanti Cristo, epoca cui sono fatti risalire i più antichi reperti archeologici finora ritrovati con rappresentazioni collegabili in qualche modo allo yoga. Poco si sa della civiltà fiorente ed evoluta che a quel tempo si era sviluppata nella valle dell'Indo: la civiltà Dravidica.

 

I ritrovamenti testimoniano però la presenza, in quella misteriosa cultura, di alcuni elementi che avrebbero rivestito una grande importanza per lo yoga nei secoli successivi, e che sarebbero stati recuperati in particolare nell'ambito tantrico che avrebbe dato vita allo hatha yoga. Alcuni reperti sembrano anche suggerire la conoscenza di pratiche di controllo fisico e respiratorio che avrebbero potuto costituire una prima forma embrionale di yoga, forse utilizzate in ambito sciamanico.

 

Il rapido declino della civiltà Dravidica o Harappa accelerato dall'invasione di popoli nomadi di ceppo indoeuropeo che chiamavano se stessi Arya (nobili, congiunti) i quali non avevano nulla da spartire con la sofisticata civiltà urbana degli Harappa e che non tardarono a distruggere completamente.  Gli Arya discesero lungo il percorso dell'Indo con cavalli e carri da guerra e, dopo essersi diffusi largamente nel subcontinente indiano, vi si stabilirono definitivamente.

Attraverso un lungo e sofferto processo le popolazioni dravidiche si fondono ai nuovi conquistatori dando origine alla nuova civiltà indù che porterà le tracce di entrambe le eredità. Tuttavia, nonostante molte eccezioni, i vincitori impongono un sistema sociale basato sulle caste che estromette i discendenti dei Dravida dalle posizioni più influenti. Articolato in brahmani (sacerdoti e studiosi dei testi sacri, unici abilitati alla celebrazione dei riti sacri), ksatriva (guerrieri rappresentanti il ceto politico-amministrativo), vaisya (artigiani, commercianti, allevatori), sudra (servitori addetti ai lavori proibiti agli Arya) e paria (gli intoccabili, cioè i fuori casta) questo sistema riserva le prime due e più importanti caste ai soli discendenti degli Arya.

Dall'adorazione degli Arya per le forze cosmiche, successivamente personalizzate sotto forma di divinità, nacque il vasto Pantheon indù.

Il termine Yoga comparve verso il 1500 a.C. in corrispondenza dell'introduzione del bramanismo, una complessa tradizione religiosa basata su sacrifici e riti che vennero poi a costituire le fondamenta dell'Induismo dei nostri giorni.

Il cuore della liturgia era rappresentato dal sacrificio officiato dai Brahmani, depositari della scienza sacra e unici intermediari tra il mondo umano e il mondo divino. Il rito sacrificale (in origine costituito da offerte di vittime animali, poi via via sostituite da riti non cruenti) aveva nella sua manifestazione più grossolana una funzione di sostegno e di regolazione delle energie cosmiche personificate negli dei, che il sacerdote dirigeva attraverso l'azione liturgica allo scopo di ottenere vantaggi materiali per la comunità (ad esempio, un buon raccolto).

Un diverso significato del rito sacrificale, più evoluto, nasce da un elemento che si affermerà come uno dei pilastri del pensiero filosofico indiano: la consapevolezza che dietro alla danza delle forze cosmiche e al dispiegarsi della manifestazione esiste un principio ultimo, unico, assoluto ma non manifesto (il Brahman), da cui tutto discende, e che rimane celato dal traboccare delle innumerevoli forme del mondo fenomenico. Il rito, spostato su un piano simbolico, viene allora compiuto per ripercorrere a ritroso il processo di discesa dall'Uno indifferenziato alla molteplicità delle forme, ricostruendo così l'unità originaria.

Le sacre scritture del bramanismo, conosciute come Veda, contengono una miscela di formule magiche e di disposizioni in prosa e in poesia. I primi tre libri, il Rig Veda, il Sama Veda e lo Yajur Veda, venivano utilizzati esclusivamente dai bramini sacerdoti. Un quarto libro, l'Atharva Veda, era invece destinato alla gente comune. La datazione dei Veda è stimata nella Encyclopedia of Religion, nella voce curata dallo studioso Ramchandra Narayan Dandekar, in un periodo compreso tra il 2000 a.C. e il 1100 a.C.

Il termine yoga fu menzionato per la prima volta nel Rig Veda, il più antico dei testi sacri. Questo libro, una raccolta di inni o mantra, definisce lo yoga come "unione" o "disciplina", ma non fa riferimento alcuno ad una pratica sistematica ad esso associata. Il termine yoga ricompare nell'Atharva Veda, più precisamente nel quindicesimo libro (Vratya Kanda). Ancora una volta il termine si riferisce unicamente ad un sistema per legare o unire ma questa volta è la respirazione ad aver bisogno di essere controllata. Il Vratya Kanda parla di un gruppo di uomini, i Vratya, verosimilmente sacerdoti della fertilità, che adoravano Rudra, il Dio del Vento. I Vratya componevano e riproducevano canti e melodie e scoprirono che praticando ciò che essi definivano pranayama, un tipo di controllo della respirazione, riuscivano a cantare meglio e a tenere le note più a lungo: qui per la prima volta troviamo riferimento allo yoga come un'azione fisica facente parte di una disciplina o di una pratica, passeranno circa 800 anni prima che la storia ci fornisca altre informazioni sullo sviluppo dello yoga.

Queste sono le prime tracce dello yoga (che può essere anche denominato yoga vedico o arcaico) intimamente legato alla vita rituale degli antichi indù, promuoveva l’idea del sacrificio interiore, come modalità per unire il mondo materiale con il mondo invisibile, dello spirito. Per realizzare con successo i rituali, gli adoratori dovevano poter focalizzare la propria mente per un periodo più lungo. Questa focalizzazione interiore, realizzata allo scopo di trascendere i limiti comuni della condizione umana costituisce, di fatto, l’origine del sistema yoga come noi lo conosciamo oggi

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